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Prato

30 Maggio 2001

I risultati di un sondaggio condotto sul portale Pagine Tessili

Trasferire le produzioni? Meglio la flessibilità del lavoro


Prato. Delocalizzare all'estero o mantenere la produzione in Italia? Per il 43% degli imprenditori del tessile abbigliamento, che hanno risposto al sondaggio proposto dal portale Pagine Tessili, la produzione deve rimanere in Italia a condizione, però che si ottenga una maggiore flessibilità del lavoro e una tassazione più equa. Il 13% dei 775 imprenditori che hanno risposto al sondaggio, invece, sono convinti che non sia più possibile produrre in Italia, tra questi il 26% sostiene che la delocalizzazione è legata al tipo di prodotto e alle dimensioni dell'azienda, mentre il 18% pensa che con la qualità ed un servizio accurato le aziende italiane siano ancora competitive. La discussione resta quindi aperta, tanto che nella recente assemblea dei soci dell'Unione Industriale Pratese è stato espressamente chiesto di studiare il fenomeno in modo sistematico per permettere alle aziende di valutare la possibilità di delocalizzare all'estero. "Non possiamo ignorare questo aspetto - spiega il presidente della Camera di Commercio di Prato Silvano Gori - ma bisogna valutarlo secondo la sua giusta dimensione; né demonizzarlo né sposarlo a tutti i costi". Dietro alla delocalizzazione si nascondono grossi investimenti che devono essere valutati nel lungo periodo. Alcuni confezionatori, ad esempio, hanno dovuto chiudere gli stabilimenti in Marocco, perchè i costi erano diventati troppo elevati e quindi il prodotto non era più competitivo. "Sono più favorevole a una delocalizzazione nazionale - precisa Gori - oppure ad andare a produrre in Paesi che possono rafforzare le nostre conoscenze, in modo da operare, in un futuro una sorta di delocalizzazione inversa". Oltre alla delocalizzazione dei Paesi dell'Est europeo prende sempre più piede l'idea di spostare la produzione nel Sud Italia, dove esistono agevolazioni economiche fiscali o in aree del paese dove sia possibile ottenere condizioni vantaggiose per investire in nuove attività produttive. In quest'ultimo caso si tratta, in genere, delle aree interessate a processi di reindustrializzazione. In Toscana è il caso dell'ex area mineraria di Scarlino, dove, come Toscana Affari ha scritto nel numero scorso, sono decine le aziende italiane e toscane (in questo caso ancora una volta aziende tessili pratesi) che lì hanno trasferito una parte delle loro produzioni. La delocalizzazione verso il sud, invece, si muove con diversi strumenti. I più noti sono i contratti di programma o gli accordi di partenariato. In questo senso, anche se gli approdi sono ancora tutti da definire, si sono mosse Prato e Pistoia. La prima puntando al contratto di programma con Brindisi. Ormai sfumato ma forse trasformabile in un accordo di partenariato, e la seconda con un contratto di programma che in dirittura d'arrivo. "Partendo dal presupposto che molte aziende hanno deciso di delocalizzare per mancanza di manodopera - spiega Luca Reggianini responsabile dell'ufficio economico alla Confartigianato di Pistoia - stiamo cercando di indirizzarle verso quelle regioni del Mezzogiorno, dove esistono interessanti incentivi che spesso superano quelli previsti per l'estero. Con il patto territoriale del Savuto, che presto dovrebbe essere firmato con la Regione Calabria, una quarantina di aziende pistoiesi, appartenenti a diversi settori produttivi, delocalizzeranno in Calabria. Nel frattempo un'azienda di Quarrata ha già assunto otto operai di Cosenza per iniziare con loro un percorso formativo che permetterà di avere manodopera specializzata nel momento in cui il patto sarà concluso. La delocalizzazione in Italia riguarda principalmente le Pmi, mentre le grandi e medie imprese puntano verso l'Est Europeo. La motivazione è ovviamente di carattere organizzativo economico: "Speriamo che non sia necessario spostare la produzione all'estero, perchè per noi piccole imprese - commenta un artigiano che ha partecipato al forum di Pagine Tessili - non sarebbe possibile sostenere i costi e, quindi, significherebbe chiudere".